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(S)oggetti migranti: dietro le cose le persone

- di Antonella Cecconi -

L’esposizione “[S]oggetti migranti – dietro le cose le persone” mostra la bellezza ed il piacere della coesistenza, un inno alla multiculturalità al Museo Pigorini di Roma fino al 16 giugno.

29 maggio 2013

Entrate al Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma per affacciarvi sul mondo. Un luogo dove si vive l’inclusione sociale, dove ‘fare’ cultura, seguire i flussi interculturali, rende superflui quei dibattiti sulla diversità o razzismo spesso in assenza di un confronto con altri e altro. Qui i preziosi oggetti esposti hanno una voce, un’anima, quella dei rappresentanti delle culture presenti e in continuo divenire. Non solo spazio espositivo ma soprattutto luogo di incontro, dove è favorito il dialogo, lo scambio, l’arricchimento e il confronto con culture e arti di ogni angolo del mondo.

La mostra “[S]oggetti migranti – dietro le cose le persone” è l’evento conclusivo del lungo percorso del progetto europeo READ-ME (Réseau Européen des Associations de Diasporas & Musée d’Ethnographie), che il museo Pigorini ha sviluppato insieme a quelli di Parigi, Bruxelles, Vienna e con la collaborazione delle associazioni della diaspora africana, asiatica e latino-americana. La sfida è quella di raccontare le storie, dar voce alle persone che sono dietro gli oggetti di molti musei etnografici e, in particolare, è l’occasione di ammirare al Pigorini oltre 100 opere dei suoi depositi mai esposte.

E’ stato riconsegnato agli oggetti il loro valore soggettivo e storico. Il significato dell’oggetto artigianale, conservato spesso in una vetrina di un museo di un’altra zona del mondo, e quindi avulso dal suo contesto, è riconsegnato a quel manufatto insieme alla cultura cui apparteneva, reso oggi di nuovo comprensibile, ‘parlante’ e dialogante con noi.
Si tratta di un salto culturale teso ad andare oltre la didascalia univoca e descrittiva dell’oggetto in mostra, per dare spazio ai racconti di chi quell’oggetto l’ha usato o ne conosce il valore perché ha fatto parte del proprio patrimonio e memoria culturale.

A molti sarà capitato di vedere sculture africane, tanto apprezzate dai cubisti, come l’Akwa ba, esposta in mostra, canone di bellezza per le donne Akan, ma quanti sanno che è legata alla fertilità? Le donne che non riescono ad avere figli si procurano una di queste bambole per porle su un altare domestico e, dopo aver compiuto alcuni rituali, portano con loro questa statuetta curandola, lavandola come fosse un neonato; solo dopo il parto la akwa ba è riconsegnata al santuario.

Un calumet della pace dei popoli delle Grandi Pianure, esposto al Pigorini, come noi faremo con una pipa in vetrina (cannello e fornello assemblati), provocò quasi un incidente diplomatico in occasione della visita di alcuni nativi americani: un oggetto così potente e sacro non poteva essere estrapolato dal suo contesto religioso e solo in occasione del rito i due pezzi possono essere assemblati. Ai nativi sembrò un sacrilegio, come se una pisside con l’ostia sacra fosse trattata quale oggetto decorativo e mostrata sotto una tenda indiana.

Siamo tutti popoli migranti e in movimento e anche l’allestimento è concepito come un viaggio narrativo e iniziatico che parte dal ventre della Terra Madre fino alla terra che ci ospita. Anche la valigia esposta, fabbricata personalmente dal padre abruzzese arrivato in Belgio nel 1947, di Elio di Rupo, Primo Ministro belga, serve a ricordarci le nostre migrazioni.

Nella sezione “Viaggio di cose e persone” la varietà umana e culturale diventa visiva nell’assortimento di scarpe provenienti da luoghi da noi probabilmente mai calpestati.

Alla sezione ”Idee migranti” è affidato il confronto con il contemporaneo: sessanta opere selezionate attraverso un appello, eventi e installazioni di giovani artisti, che sono state periodicamente esposte. Ora è possibile vedere “Memorie in transito” di Flavio Risi e Sabrina Battipaglia, un portale di coloratissimi simboli orientali. Salite nel soppalco Oceania per ammirare il lavoro “The crustumerium experience” di Serge Uberti in cui l’artista racconta la sua esperienza in occasione dello scavo archeologico dell’omonima necropoli latina (IX-V sec. a.C.) e l’opera “Hands and spirits” di Elizabeth Frolet. Ultima sorpresa di questa mostra è il suo catalogo, un’opera grafica raffinatissima di Gianfranco Calandra.

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