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La grande famiglia Brueghel arriva a Roma

- di Antonella Cecconi -

La mostra “BRUEGHEL, Meraviglie dell’arte fiamminga”, arriva a Roma al Chiostro del Bramante dopo aver fatto tappa a Como e Tel Aviv. Dopo 5 anni di organizzazione l’esposizione rappresenta un grande excursus dell’arte nella famiglia Brueghel

20 dicembre 2012

La mostra “BRUEGHEL, Meraviglie dell’arte fiamminga”, che arriva a Roma dopo aver fatto tappa a Como e Tel Aviv, ha avuto bisogno di 5 anni di organizzazione ed è divisa in cinque sezioni:

I) Il contesto e le origini del mito, l’ambiente storico e culturale dei Paesi Bassi nel 1500, dove si pone l’accento sul primato della natura;
II) Nel segno di Pieter Brueghel il Vecchio, per la prima volta in Italia sarà possibile ammirare Le sette opere di misericordia (1616-1618 ca), ma purtroppo per ammirare, e confrontare, I sette peccati capitali di Hieronymus Bosch (1500 ca.) dovremo attendere la metà di gennaio;
III) Genialità e innovazione dell’arte fiamminga: lo stile Brueghel;
IV) La meraviglia del mondo, simboli e allegorie;
V) L’eredità di una dinastia.

La maggior parte delle opere presenti appartiene a collezioni private (circa 40 prestatori/collezionisti), quindi difficilmente accessibili in futuro, caratteristica che rende speciale ed imperdibile questa mostra, oltre per la bellezza dei capolavori esposti.
La famiglia Brueghel, con i suoi discendenti, domina il mondo dell’arte nei Paesi Bassi per ben 108 anni, quando erano ben poche le possibilità, in quell’area e in quel periodo, di affermarsi come pittore se il cognome non era Brueghel o se non si era presa in sposa una donna di questa famiglia.
Erano gli anni del pieno Rinascimento, quello italiano poneva al centro l’uomo, quello fiammingo la natura e la vita quotidiana, nella rappresentazione cruda del reale, anche per effetto della Riforma protestante e dei principi calvinisti. Probabilmente erano questi i motivi del consenso che la loro arte riscosse presso la borghesia mercantile.

Sulla vita di Pieter Brueghel il Vecchio non si hanno molti documenti, se non la sua iscrizione nei registri della gilda di San Luca di Anversa e la sua appartenenza alla Schola Caritatis, una cosiddetta setta eretica di Anversa che in realtà era un’associazione di umanisti e spiriti liberi. Libertà che subirà presto grosse limitazioni a causa della furia iconoclasta del duca d’Alba nel 1569, periodo in cui l’Inquisizione mandò in esilio molti pittori.

L’amico di Pieter Brueghel, il geografo Abraham Ortelius, scrisse di lui: “…in tutte le sue opere bisogna saper intendere sempre più di quel che è stato dipinto”, lasciando intendere il sostrato esoterico della sua pittura. La sua attenzione per il quotidiano, i suoi paesaggi, che non sono più sfondo, ma protagonisti, il fascino per il mondo visionario di Bosch, lo pongono distante dalle corti mondane e dai potenti. Viaggiò in Italia tra il 1552-56 e a Roma conobbe il miniaturista Giulio Clovio, che acquisì diverse opere del pittore fiammingo. Allievo di Pieter Coeck van Aelst, nel 1563 ne sposò la figlia, Mayeken, la cui madre (Mayeken Verhulst Bessemers) era miniaturista.

Dopo il matrimonio si trasferì con la sua famiglia a Bruxelles. Ludovico Guicciardini, scrittore e mercante fiorentino vissuto ad Anversa, lo definì: “grande imitatore della scienza e fantasie”. In mostra la sua Resurrezione del 1563. Dispiace che la mostra non abbia ospitato qualcuna delle opere più vicine al mondo visionario di Bosch (il Trionfo della morte, La caduta degli angeli ribelli e Margherita la Pazza), che comunque si possono vedere nel video. L’importanza di questo pittore consiste anche nell’aver messo in rapporto la tradizione dei Paesi Bassi (per es. Bosch) con quella europea, soprattutto italiana.

La mostra evidenzia come i figli riprendono la tecnica e i temi paterni. La seconda sezione inizia con Pieter Brueghel il Giovane, Le sette opere di misericordia (1616-18): dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, dar da bere agli assetati, far visita ai malati, seppellire i morti, tutti compiti affidati agli umili, capaci di solidarietà. I particolari, i colori, lo spazio dilatato, che accoglie il popolo dei semplici, sono straordinari. Il quotidiano, e non le corti, è il protagonista della Danza nuziale all’aperto (1610), così come la strage degli innocenti accade in un paesaggio nordico sotto un cielo tinto di rosa (Paesaggio invernale con la strage degli innocenti, 1600).

L’attenzione al particolare, la natura che si offre in ogni dettaglio e che meraviglia la troviamo in: Paesaggio invernale con trappola per uccelli (Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte, primo quarto del 1600) e in Trappola per uccelli (1608). Una natura che domina incontrastata, l’uomo è piccolo e gli uccelli ancor più piccoli non sembrano consapevoli del pericolo che si nasconde in un attimo, forse un’allusione alla caducità della vita, fragile come un fiume ghiacciato che può rompersi da un momento all’altro. Nel dipinto, Gli adulatori  (tavola circolare, 1592 ca.), ispirato ad un proverbio fiammingo, (che in genere sono di difficile comprensione per noi oggi), vediamo una fila di personaggi, i ‘lecchini’, che a carponi entrano nel fondo-schiena di un gigante, il quale, davanti, elargisce denaro, l’iscrizione sulla cornice recita: “poiché mi gira molto denaro, ho tanti adulatori attorno a me”.

Suo fratello, Jan Brueghel il Vecchio (1568-1625) è il rappresentante più mondano della famiglia, colto, cattolico, raffinato, elegante, è colui che frequenta i principi. I suoi disegni, inchiostro su carta di ridotte dimensioni, fanno entrare il nostro sguardo all’interno dei paesaggi, sempre più in profondità, fino a perdersi: Il castello di Oudeker, il Villaggio con castello in riva al fiume, Barche da pesca nel porto (da una collezione privata statunitense) e altri. Era soprannominato “Jan dei velluti”, proprio per la sua delicatezza, per le atmosfere impalpabili e per la sua pittura quasi tattile.

Il suo Paesaggio fluviale con bagnanti (olio su rame, 17 x 22 cm, 1595-1600) sembra insuperabile per precisione, colori metallici (dovuti al supporto), profondità di spazio, una rappresentazione di dimensioni così ridotte ma in cui ogni minuscola foglia è dettagliata e messa a fuoco forse meglio che in una fotografia. Suoi sono i quadri con fiori, simbolo di vanitas, e nature morte spesso opulente, che sembrano doversi deteriorare di lì a poco, esprimendo la natura effimera della realtà. Insieme a Pieter, Paul Rubens dipinge la Rissa di contadini che giocano a carte.
Il video consente una pausa istruttiva e l’albero genealogico della famiglia permette di orizzontarsi nelle numerose e complesse parentele di questa famiglia di artisti.
Al secondo piano della mostra le Allegorie (1645-50) di Jan Brueghel il Giovane, primo figlio di “Jan dei velluti” da cui riprende tecnica e stile: Allegoria della Pace, dell’Amore, della Guerra, dell’Acqua, dell’olfatto e dell’udito (con due pilastri decorati che sembrano una citazione delle grottesche rinascimentali ma composte unicamente con elementi naturali: conchiglie e coralli). E ancora la serie dei fiori, simbolo di vanitas.

L’idea dell’esotico e del meraviglioso, come nella ‘Camera delle meraviglie’ (Wunderkammer) tanto cara alla borghesia mercantile del tempo, la ritroviamo nella sala con gli Studi di insetti e farfalle e conchiglie (olio su tavola o marmo), quasi studi da entomologo, di Jan van Kessel il Vecchio, figlio di Paschasia, figlia di Jan Brueghel il Vecchio.

Impietoso, alla fine della mostra, l’accostamento con Abraham Brueghel (detto il fracassoso), sicuramente meno raffinato del nonno.

Immagine:
Pieter Brueghel il Vecchio, e bottega
La Resurrezione, 1563 ca.
Olio su tavola, 107 x 73,8 cm

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