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River to river: il cinema indiano dal Gange, lungo l’Arno, fino alle rive del Tevere

- di Antonella Cecconi -

Dalle acque del Gange a quelle dell’Arno, fino ai flutti del Tevere, la rassegna cinematografica “River to River” ha portato al pubblico italiano pregevoli pellicole bollywoodiane. Giunto alla XII edizione, questo appuntamento per cinefili dai gusti esotici, ha di nuovo riscosso un buon successo.

18 dicembre 2012

Roma ha dato un caloroso benvenuto alla XII° rassegna del “Florence indian film festival” al cinema Trevi, con l’auspicio che questa iniziativa venga riproposta anche per le edizioni successive.
Il programma romano si è sviluppato in soli tre giorni, sicuramente tralasciando qualche buona pellicola, che ha trovato il suo spazio nei sette giorni di Firenze, ma ha sicuramente offerto al pubblico un concentrato delle migliori proposte del cinema indiano del momento, presentando il vincitore del premio assegnato dal pubblico fiorentino al miglior cortometraggio, al miglior documentario e al miglior lungometraggio. Inoltre ha presentato un kolossal: Gangs of Wasseypur 1 e 2, apprezzato quest’anno all’ultima Quinzaine des Réalisateurs di Cannes e un film di successo di uno dei più apprezzati registi indiani, Sanjay Leela Bhansali, Black.

Le sponde dei fiumi indiani e italiani non sono poi così lontane, ma sono unite da metri di pellicola. Il regista, Anurag Kashyap, autore del dittico Gangs of Wasseypur 1 e 2, ha subito la fascinazione del cinema vedendo De Sica, ed è forse al cinema italiano che deve il suo realismo, toccante e coinvolgente. Il suo dittico narra, in oltre 5 ore di film, diviso in due parti non necessariamente collegate, la saga di due famiglie, I Singh e i Khan, assetate di vendetta nello scenario dell’India del nord, il Bihar, dalla fine dell’epoca coloniale ai giorni nostri. Indiani in versione per noi inedita: gangster, mafiosi, corrotti, violenti. Ingredienti che ben conosciamo e che, probabilmente, ci fanno sentire, questo “Padrino” indiano, più vicino, anche se a prima vista la poligamia islamica sembra non riguardarci (ma quanti maschi occidentali hanno una sola moglie/compagna, senza dichiarare amanti o storie collaterali?).

Stupefacente il film Chittagong del pluripremiato scienziato della Nasa (Jet Propulsion Laboratory, inserito nel 1999 nella US Space Technology Hall of Fame) Bedabrata Pain, che nel 2008 decide di lasciare la sua carriera di scienziato e di insegnante all’UCLA di Los Angeles, per dedicarsi a quella di regista, cosa di cui artisticamente gli siamo grati. Già alla sua prima opera, con questo film, gli viene assegnato dal pubblico il premio per il miglior lungometraggio della rassegna fiorentina e il Piaggio Foundation Award, consistente in una Vespa ultimo modello. Un’intelligenza creativa come quella di Bredabrata non fa distinzione tra arte e scienza, come lui stesso ha asserito. Il Bengala di Tagore e Ray (il padre di Bedabrata è nato a Dhaka e lui ha studiato a Calcutta) continua a dare i suoi frutti e a trasmettere nel dna dei suoi discendenti i germi di quella cultura antica e moderna, allo stesso tempo, nella sua apertura al futuro e ad ogni germe di creatività. Il cinema era già ‘di casa’ e probabilmente la moglie, Shonali Bose, cineasta, non ha posto ostacoli quando Bedabrata ha deciso di investire tutti i suoi risparmi per la realizzazione di questo lungometraggio.
Nel 1930, Chittagong, una cittadina ad est di Calcutta, è stata protagonista dei primi moti di ribellione contro l’odioso dominio britannico. Non un covo di rivoluzionari ma un gruppetto di studenti minorenni, con tutte le loro incertezze e debolezze, che, guidati dal loro maestro di scuola e di vita, decidono di ribellarsi alla violenza, alla sottomissione, all’ingiustizia. Sarà il loro viaggio di iniziazione il modo migliore di affermare i valori in cui erano stati educati e diventare adulti. Bravissimi gli attori ed il protagonista vero della storia, Jhunku Roy, che abbiamo avuto il privilegio di conoscere, seppure al cinema e per pochi minuti. Alla fine del film è sopravvissuto soltanto un paio di settimane. Ci auguriamo vivamente che questo film pieno di valori, a cui non siamo più abituati travolti dal consumismo ed egoismo, trovi il suo giusto spazio nelle sale cinematografiche e nelle scuole.

The Rat Race, è più di un pluripremiato documentario sui cacciatori di topi a Mumbai, ma è un’analisi della situazione sanitaria, della realtà lavorativa, dei problemi degli studenti universitari, della più ricca città dell’India, dove è concentrato il 95 % della ricchezza nazionale. E’ proprio qui che esplode, in tutte le sue contraddizioni, la moderna metropoli del subcontinente indiano: 14 milioni di abitanti, 84 milioni di topi, quartieri lussuosi e slum, capitale dell’industria cinematografica e disoccupazione, ricchezza sotto i riflettori e, nel buio della notte, il fantasma della peste, l’ultima nel 1994. Nel 2011 sono stati uccisi 348.000 topi. Mooshik (topo sacro), è il veicolo di Ganesh da adorare, ma allo stesso tempo i ratti devono essere uccisi per necessità, infrangendo un precetto religioso. L’intrepida Menacherry, pedina implacabile, con la sua macchina da presa documenta la vita di questi cacciatori di topi. L’idea nasce da un annuncio per pochi (30) posti di lavoro precari, per cacciatori di topi a cui rispondono 2.000 candidati. Ne devi uccidere almeno 30 ogni notte altrimenti sei fuori. L’obiettivo: diventare cacciatori di topi a tempo indeterminato per il Comune e avere dei guanti in dotazione! Sono molti gli studenti universitari che fanno questo lavoro di notte per mantenere i propri studi. Un documentario da proiettare nelle nostre università, forse contribuirebbe alla consapevolezza del diritto irrinunciabile alla cultura e del privilegio che ha chi può dedicarsi ad essa. La regista Miriam paragona un documentario alla tela di un pittore che non è uno studio cinematografico ma la città stessa. La maggiore difficoltà Miriam l’ha incontrata nel voler filmare la discarica dove i ratti vanno a finire, poiché il permesso le è stato negato per ben due volte. Il protagonista del film è un Parsi, Behram Harda (57 anni), che sta andando in pensione, ed il documentario gli offre l’opportunità di mettersi in gioco di fronte alla macchina da presa: avrebbe voluto far parte del mondo del cinema, ma poi si è rassegnato al suo lavoro sicuro. Ora si paragona a James Bond con licenza di uccidere (i ratti)!

Calcutta Taxi è il brillante cortometraggio di Vikram Dasgupta, di circa 20 minuti, premiato a Firenze. Il montaggio è dinamico e creativo, benché si tratti di una storia vera. Il regista non ha dato al suo plot uno sviluppo cronologico, ma ha scelto uno percorso narrativo fatto di flashback, che partono dallo stesso momento della giornata, che sembra ripetersi, ma vista ogni volta dal punto di vista di un protagonista diverso, con sorprendenti colpi di scena. Su un taxi di Calcutta si incrociano tre protagonisti, il loro incontro segnerà le loro vite.

Poco convincente il film di Sanjay Leela Bhansali nonostante la presenza di un mito del cinema indiano: Amitabh Bachchan. Ma non bastano dei bravi attori a fare un buon film. Il rispetto dei canoni del film bollywoodiano, l’assenza di danze e una tematica straziante e commovente, come quella della ragazza sorda e cieca che riesce ad andare all’università fanno sì che Black, l’oscurità in cui vive la protagonista, abbia riscosso forse, in Italia, più lacrime che consensi. Eppure il recupero ad una vita quasi indipendente di una ragazza handicappata e la sua sete di cultura sono temi profondamente seri, sebbene il regista abbia puntato più sulla commozione dello spettatore che sulla problematica. Convince ancor meno quando lui stesso ridicolizza la “diversamente abile” Michelle facendola camminare con un’andatura che ricorda Charlot di Charlie Chaplin: non si capisce perché una ragazza sorda e cieca, senza avere una menomazione alle gambe, debba avere una camminata ridicola.

Arrivederci al prossimo anno, le rive del Tevere aspetteranno ancora l’approdo del cinema indiano.

 

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