Artemisia Gentileschi a Roma. Straordinaria pittrice, intellettuale e donna indipendente

Artemisia Gentileschi e il suo tempo è il titolo della mostra al Museo di Roma a Palazzo Braschi. Visitabile fino al 7 maggio 2017. A marzo un ciclo di incontri gratuiti per i visitatori della mostra. “ARTEMISIA E LE ALTRE. Storie di donne, dipinte da Artemisia” (2, 9 e 16 marzo ore 17).

Artemisia Gentileschi, Autoritratto

Autoritratto come suonatrice di liuto, 1617-18 ca. Olio su tela, 65,5×50,2 cm, Hartford, Wadsworth Atheneum Museum of Art, CT, Charles H. Schwartz Endowment Fund ©Allen Phillips/Wadsworth Atheneum

Finalmente una mostra che rende giustizia a una grande pittrice, spesso nota più per le sue vicende biografiche (romanzate da Anna Banti) che per la sua valenza artistica. La mostra su Artemisia Gentileschi, che copre l’arco temporale della sua vita artistica, pone a confronto le opere della pittrice con quelle, spesso non di pari talento o intensità espressiva, dei colleghi.
Sono esposte circa cento opere provenienti da ogni parte del mondo. Uno dei pregi della mostra è l’occasione offerta ai visitatori di ammirare capolavori provenienti da collezioni private altrimenti difficilmente visibili. Altre opere – tra cui quelle degli artisti, frequentati dalla pittrice a Roma, Firenze, Roma, Napoli e Londra – provengono da importanti musei.

Primogenita di sei figli fu l’unica, tra i fratelli, a dimostrare talento per la pittura. Erano gli anni in cui a Roma avevano lavorato i Carracci alla Galleria Farnese (1597 – 1604), Caravaggio in San Luigi dei Francesi (1599 – 1604) e Santa Maria del Popolo (1600 – 01) e Guido Reni e Domenichino in Sant’Andrea e San Gregorio Magno (1609). Probabilmente Artemisia conobbe personalmente Caravaggio che si procurava travi di sostegno dal padre Orazio.
Una grande artista, capace di metabolizzare sia le tecniche dei colleghi suoi contemporanei che l’arte degli antichi maestri, per poi declinare le sue opere sulle esigenze della committenza.

Danae

Artemisia Gentileschi, Danae, 1612 ca., Olio su rame, 40,5×52,5 cm, Saint Louis Art Museum, Image courtesy Saint Louis Art Museum

Artemisia Gentileschi (1593 – 1653) dimostrò presto di essere una straordinaria artista e una donna volitiva. Entrò giovanissima grazie al suo talento, prima donna nella storia, all’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze. Imparò a leggere e scrivere, a suonare il liuto e a frequentare il mondo della cultura. La sua determinazione le consentì di superare le violenze familiari e le difficoltà economiche. Fu violentata da colui che amò per quasi un anno: Agostino Tassi (1578 – 1644) aiutante del padre (Orazio Gentileschi). Il Tassi (che aveva una moglie) specialista in vedute e prospettive, era stato ingaggiato da Orazio per insegnare alla figlia le regole prospettiche. Abusò di Artemisia il 6 maggio 1611 e, promettendole un matrimonio riparatore, continuò ad avere rapporti con lei per altri nove mesi.

Maddalena

Artemisia Gentileschi, La conversione della Maddalena, 1616-17 ca., Olio su tela, 146,5×108 cm, Firenze, Gallerie degli Uffizi, Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi

Quando fu palese l’inganno Orazio denunciò l’uomo al Sant’Uffizio. Gli fu offerta la possibilità di scegliere la condanna: lavori forzati o l’esilio per cinque anni. Artemisia fu sottoposta a visite ginecologiche pubbliche e a torture nel tentativo di farle ritrattare le accuse. Affrontò il processo con coraggio: “Questo è l’anello che tu mi dai et queste le promesse”. Ironizzando sulla vana promessa di matrimonio riparatore del Tassi che scelse la condanna dell’esilio. Si formò alla bottega del padre, crebbe nell’ambiente del naturalismo caravaggesco e si specializzò nel ritratto. Nel 1612 dipinse una delle sue tele più ispirate, Danae.
In molti hanno visto nella sanguinaria Giuditta decapita Oloferne (1617, Capodimonte) un risvolto autobiografico. L’eco della violenza subita e un processo conclusosi con una sanzione risibile. All’impianto chiaroscurale e al crudo realismo caravaggesco Artemisia aggiunse dettagli orrifici.

Il giorno dopo la condanna del Tassi il padre le impose il matrimonio con un suo debitore, di nove anni più vecchio, Pierantonio di Vincenzo Stiattesi. Inoltre la raccomandò a Cristina di Lorena (madre del granduca Cosimo II de’ Medici). Così la coppia si trasferì a Firenze. Artemisia assunse il cognome dello zio: Lomi, e fu stipendiata, dal 1613, da Cosimo II. Nel 1616 fu ammessa all’Accademia del Disegno.
Artemisia amò appassionatamente, come testimoniano le sua lettere, Francesco Maria Maringhi, nobile raffinato quanto tenero e fedele compagno di una vita.   

taglia la testa

Artemisia Gentileschi, Giuditta decapita Oloferne, 1617, Olio su tela, 159×126 cm, Napoli, Museo di Capodimonte © Museo e Real Bosco di Capodimonte – su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

L’amicizia di Artemisia con Galileo Galilei traspare dalla corrispondenza e dal suo omaggio allo scienziato, l’Aurora (1625). Il rapporto con il mondo artistico fiorentino fu, per Artemisia, ricco di debiti ma anche di crediti nei confronti di artisti contemporanei. Le eroine di Artemisia indossano abiti eleganti e stoffe raffinate, come nella Maddalena penitente (1616 – 17). Dettagli preziosi che rivelano il desiderio di compiacere un gusto di corte.

Il suo ritorno a Roma (1620) fu denso di problemi. I debiti, i rapporti deteriorati con la corte medicea, così come quelli con il padre e i fratelli. A Roma abitava con il marito e la figlia in via del Corso. Aveva anche una seconda casa in via della Croce. Il pittore che a Roma influenzò più di tutti il suo stile fu Simon Vouet, autore di un ritratto di Artemisia. Le opere in mostra seguono un itinerario cronologico. Le tele di Artemisia sono poste in relazione con quelle dei pittori attivi in quegli anni a Roma: Guido Cagnacci, Simon Vouet e Giovanni Baglione. Questi ultimi sono per la pittrice fonte d’ispirazione e di aggiornamento per il suo stile.

Datata al 1622 la sua Susanna e i vecchioni (Burghley House) fu commissionata probabilmente dal cardinal Ludovico Ludovisi, collezionista e nipote di papa Gregorio XV (1621-23). L’opera appare come una versione post-tridentina dello stesso tema raffigurato nel 1610. Vi si rintracciano le raccomandazioni del cardinal Gabriele Paleotti che aborriva la mancanza di decoro del Manierismo e invocava maggiore fedeltà al testo biblico. Artemisia sostituisce il corpo nudo di Susanna (1610) con una donna dagli occhi bagnati di lacrime che tenta di coprirsi.

Susanna

Artemisia Gentileschi, Onofrio Palumbo (o Palomba) Susanna e i vecchioni, 1652 Olio su tela, 200,3×225,6 cm Bologna, Collezioni della Pinacoteca Nazionale Polo Museale dell’Emilia Romagna
Su concessione del Ministero dei Beni e delle
Attività Culturali e del Turismo – Polo Museale
dell’Emilia Romagna

Dopo un soggiorno a Venezia (di cui si hanno scarse informazioni) Artemisia si trasferì, nel 1629, a Napoli. Fu invitata dal viceré, Fernando Afàn de Ribera duca di Alcalá (in precedenza ambasciatore del re di Spagna presso la Santa Sede) collezionista di dipinti di Artemisia. Napoli, all’epoca, era, dopo Parigi, la più grande città d’Europa, tre volte più grande di Roma. A questo periodo appartengono l’Annunciazione (1630 al Museo Capodimonte) e la Nascita del Battista (1635 al Museo del Prado). Entrambe forse influenzate dal classicismo del Domenichino che nel 1631 era impegnato a Napoli per la decorazione della Cappella del tesoro di San Gennaro. Insieme a Ribera, Lanfranco e Fracanzano, Artemisia esegue tre tele per il Duomo di Pozzuoli (restaurato dopo l’eruzione del Vesuvio del 1631).

Al soggiorno napoletano sono forse da riferire Clio (1632, Cassa di Risparmio di Pisa), Ester e Assuero (Metropolitan Museum di New York), Cleopatra e La morte di Cleopatra (entrambe di collezioni private). I dipinti, eseguiti nel periodo napoletano, quando ormai Artemisia ha una sua bottega e gode della protezione del nobile Don Antonio Ruffo (1610-1678), concludono la mostra, offrendo confronti coi colleghi partenopei: Jusepe de Ribera, Francesco Guarino, Massimo Stanzione, Onofrio Palumbo e Bernardo Cavallino.

Annunciazione

Artemisia Gentileschi
Annunciazione, 1630
Olio su tela, 257×159 cm
Napoli, Museo di Capodimonte © Museo e Real Bosco di Capodimonte – su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

Nel 1638 si reca a Londra per prestare assistenza al padre Orazio malato (morto nel 1639). Era accompagnata dal fratello Francesco (agente del re e della regina). Il suo arrivo era stato preceduto da una sua opera Tarquinio e Lucrezia. Collabora in stretto rapporto stilistico con il padre nella pittura del soffitto della Queen’s House di Greenwich. Rapporto che risulta evidente in Loth e le figlie (Bilbao). Con l’aggravarsi della situazione politica in Inghilterra la pittrice rientra in Italia, a Napoli. In virtù delle numerose commissioni ricorre all’aiuto di collaboratori, come per lo smagliante Trionfo di Galatea (collezione privata) in mostra.

Con la sua determinazione attraversò l’Europa per giungere fino alla corte della Regina di Inghilterra. Riuscì ad essere manager di se stessa ed ebbe un rapporto d’amicizia ed epistolare con Galileo. È sepolta nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini a Napoli, sulla sua lapide: “Heic Artemisia”.

Gli incontri “ARTEMISIA E LE ALTRE. Storie di donne, dipinte da Artemisia”

Il Museo di Roma a Palazzo Braschi replica tre appuntamenti nel mese di marzo, alle ore 17.00 (durata 40 minuti). Gli incontri sono gratuiti e aperti ai visitatori della mostra presenti nelle sale.
Giovedì 2 marzo verrà replicato l’incontro dal tema “Sedotte (o quasi) e abbandonate: Arianna, Olimpia e Mut (moglie di Putifarre)” a cura di Federico De Martino. Occasione per ammirare il quadro del Cigoli ‘Giuseppe e la moglie di Putifarre’, in prestito dalla Galleria Borghese, che ritrae la vicenda dell’avvenente moglie di Putifarre, Mut, che tenta di sedurre Giuseppe e, respinta, lo accusa di tentata violenza.  

Ester e Assuero

Artemisia Gentileschi, Ester e Assuero, 1626-29 ca., Olio su tela, 208,3×273,7 cm, Lent by The Metropolitan Museum of Art, gift of Elinor Torrance Ingersoll, 969 © The Metropolitan Museum of Art

La seconda replica, giovedì 9 marzo, dal titolo “La morte ti fa bella: Cleopatra e Lucrezia”, a cura di Donatella Germano’, è dedicata al tema del suicidio femminile come forma di riscatto morale. Le due protagoniste sono lontane tra loro per estrazione sociale. Da un lato Lucrezia, romana, moglie di Lucio Tarquinio Collatino. Fu un protagonista della instaurazione della Repubblica a Roma nel 509 a.C. Dall’altro Cleopatra, la “perfida” regina d’Egitto che seppe far girare la testa ai più importanti uomini politici romani, mettendo a rischio la stabilità stessa dell’Impero romano.

Il terzo e ultimo appuntamento ripropone “Giuditta, la vedova scaltra”, a cura di Fulvia Strano, il prossimo giovedì 16 marzo. Giuditta è l’eroina per eccellenza, che l’iconografia raffigura come portatrice di una testa mozzata di uomo, quella del feroce generale Oloferne, dentro un cesto oppure un sacco intriso di sangue. Come racconta la Bibbia (10, 3-4) Giuditta è  una vedova che si trasforma in una donna attraente. 

Giuditta

Giuditta e la fantesca Abra1613 ca., Olio su tela, 114×93,5 cm, Firenze, Gallerie degli Uffizi, Gabinetto Fotografico delle Gallerie

Due i quadri di Artemisia in mostra con questo soggetto: La Giuditta che decapita Oloferne dal Museo di Capodimonte, realizzata nel 1617, accanto alla Giuditta degli Uffizi (1620-21 circa).
Il ciclo “ARTEMISIA E LE ALTRE” offre un’occasione per scoprire e/o approfondire il talento di Artemisia Gentileschi e la sua empatia nei confronti delle protagoniste di alcuni tra i quadri più belli esposti nelle sale.

La mostra è stata curata da Nicola Spinosa per la sezione napoletana. Francesca Baldassari per quella fiorentina. Judith Mann per la sezione romana. Con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, è promossa e prodotta da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia Group ed è organizzata con Zètema Progetto Cultura.

INFORMAZIONI

Sede: Museo di Roma Palazzo Braschi
Ingresso da Piazza Navona, 2 e da Piazza San Pantaleo, 10
Tel. +39 06 0608 (tutti i giorni ore 9 – 21)
www.museodiroma.it
www.museiincomuneroma.it ; www.arthemisia.it
@museiincomune #ArtemisiaRoma
Orari: Dal martedì alla Domenica
Dalle ore 10 – 19 (la biglietteria chiude alle 18)
Giorni di chiusura: 1 maggio
Biglietto d’ingresso: € 11,00 intero; € 9,00 ridotto;
€ 4,00 speciale scuola ad alunno (ingresso gratuito ad un docente accompagnatore ogni 10 alunni);
€ 22,00 speciale Famiglie (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni).
Catalogo: Skira                                                

 

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