Jackson Pollock e la Scuola di New York al Vittoriano

Roma si colora di sperimentazione e action painting con Jackson Pollock e la Scuola di New York. Al Vittoriano dal 10 ottobre al 24 febbraio 2019.
Ingresso al Vittoriano

Le opere in mostra degli artisti della Scuola di New York (Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning, Franz Kline e altri) provengono da uno dei nuclei più importanti della collezione permanente del Whitney Museum di New York.
David Breslin (curatore della mostra e del Whitney Museum), presente alla conferenza stampa, dopo i ringraziamenti di rito, ha ricordato i tempi in cui: “Il Whitney, fondato nel 1931 da Gertrude Vanderbilt Whitney, è nato dalla ricerca di una casa per gli artisti. Il Whitney si trovava nella zona alta di Manhattan e da tre anni si è spostato in un nuovo edificio progettato da Renzo Piano che ci ha consentito di far vedere meglio la nostra collezione”.

Conferenza stampa: David Breslin, Luca Beatrice, Iole Siena e Daniela Ara

Luca Beatrice, curatore della mostra, ha raccontato come: “Il 1956, per chi crede al fascino delle date, potrebbe essere l’anno di inizio dell’arte contemporanea. C’è chi dice che inizia con le avanguardie storiche del Novecento. Di recente sembra far testo la suddivisione proposta dai cataloghi delle case d’asta che spingono in avanti il concetto di moderno. Poi c’è la data, 11 agosto 1956, della morte di Pollock, un anno dopo la morte di James Dean. Robert Rauschenberg realizza Bed, il più significativo dei suoi Combine Paintings. Nello stesso anno a Londra compare per la prima volta, nel collage di Richard Hamilton, la parola “pop”. Ma già nel 1949 Life si interrogava se Pollock fosse l’artista vivente più importante. Dopo il dripping, la pittura, senza più la mediazione del pennello, non sarà più la stessa”.

Luca Beatrice

“Pollock – racconta il curatore – diceva che lavorava in una città dove c’erano almeno 500 pittori molto bravi. Aveva la sicurezza di non dover guardare alla tradizione, gli altri si portano dietro il debito della cultura europea. È l’ultimo capostipite di quella genia di pittori maledetti. Pollock è una cerniera tra il prima, il dopo e la vivacità di New York, che tende ad affermarsi come la capitale dell’arte contemporanea”.
Pollock morì in stato di ubriachezza, causa della perdita di controllo della sua auto schiantatasi contro un albero. Negli ultimi anni si erano aggravati i suoi problemi con l’alcolismo e le turbe di cui soffriva, che ne determinarono alcuni ricoveri psichiatrici. La moglie, Lee (Leonor) Krasner, stanca dei suoi stati alterati e violenti, causati dall’alcol, partì per Parigi per tornare solo per i funerali dell’artista, morto a quarantaquattro anni.

Già a venti anni matura la convinzione di diventare un artista, scrive al padre LeRoy: “essere artista è la vita stessa. È vivere, voglio dire. E quando dico artista, non lo dico in senso stretto: penso all’uomo che costruisce le cose, che crea, che lavora la terra, le pianure dell’Ovest come le miniere di ferro della Pennsylvania. È sempre un problema di costruzione: con un pennello, con un badile, con una penna”. Imparò i rudimenti da Thomas Hart Benton, pittore realista, ma l’incontro decisivo fu quello con David Alfaro Siquieros, muralista messicano, che arriva a New York nel 1935.

Video della sala con opere di Hans Hofmann

Pollock riteneva che il quadro di cavalletto fosse superato e dichiarava di trovarsi più a suo agio in piedi sul pavimento perchè “in questo modo posso camminarci attorno, lavorare sui quattro lati, essere letteralmente nel quadro”. Al pennello preferisce “la stecca, la spatola, il coltello” e usa sulla tela impasti di sabbia e vetro polverizzato. Già dal 1946 si inizia a parlare di pittori, la Scuola di New York, tendenzialmente astratti, diversi tra loro ma con una sensibilità di natura astratto-informale e una ribellione contro l’ipocrisia del vivere comune. Per comprendere la pulsione innovativa basta pensare che nel 1931 Gertrude Vanderbilt Whitney apre il primo museo dedicato ad artisti americani viventi.

Jackson Pollock (1912-1956) Number 17, 1950 / "Fireworks", 1950,
Jackson Pollock (1912-1956) Number 17, 1950 / “Fireworks”, 1950, Oil, enamel, and aluminum paint on composition board, 56,8×56,5 cm, Whitney Museum of American Art, New York; gift of Mildred S. Lee 99.59 © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York by SIAE 2018

La mostra è un’occasione per entrare in contatto con l’energia e l’immediatezza delle opere di Pollock realizzate con la tecnica del dripping (sgocciolare) e pouring (versare). Tra i cinquanta capolavori esposti anche Number 27, la grande tela di oltre tre metri di Pollock, un equilibrio perfetto di toni, colori e materiali, con filamenti d’argento che sprigionano energia, una tensione nel voler andar oltre, rompere gli schemi, un’accelerazione vitalistica. Esposto anche The Beltrothal II (Il fidanzamento II, 1947) punto di congiunzione tra pittura astratta e surrealismo di di Arshile Gorky, pittore armeno emigrato negli Stati Uniti nel 1920.

J. Pollock, Untitled
Jackson Pollock (1912-1956), Number 27, c. 1950, Ink on paper, Sheet (Irregular): 44,5×56,2 cm, Whitney Museum of American Art, New York; Gift of an anonymous donor 74.129 © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York by SIAE 2018

Non mancano le emozioni cromatiche del lettone Mark Rothko (Rothkowičs), da cui emerge l’approccio lirico-mistico, meditativo. Rothko, figura tormentata raggiungerà il successo solo negli anni Sessanta con la cappella per i coniugi de Menil a Houston. Nel 1970, convinto di essere un malato inguaribile, si toglie la vita nello studio di New York. In mostra anche Mark Tobey, pittore mistico seguace della religione Bahá’í (culto monoteista di origine persiana) e un’opera della moglie di Pollock, Leonor, che decise di cambiare il suo nome in Lee per evitare le discriminazioni di genere nel mondo dell’arte e sembrare così un pittore maschio.

Il mio dripping virtuale

Nella terza sezione le opere di grandi dimensioni di Franz Kline, modulate sul bianco e nero, linee corpose nere che richiamano i profili dei grattacieli americani. I quadri del bavarese Hans Hofmann, nella quarta sezione, sono una esplosione di colori, gioia di vivere che ricorda la tavolozza di Matisse, mentre quella dell’olandese Willem de Kooning, che considerava Van Gogh una fonte di ispirazione, è fatta di colori acidi.
Alla fine della mostra ogni visitatore può comporre il suo dripping virtuale.

Pollock e la Scuola di New York
Sede: Complesso del Vittoriano – Ala Brasini Roma
Durata: dal 10 ottobre 2018 al 24 febbraio 2019
Biglietti: Intero € 15,00 (audioguida inclusa) Ridotto € 13,00 (audioguida inclusa)
Orario apertura: dal lunedì al giovedì 9.30 – 19.30; Venerdì e sabato 9.30 – 22.00; Domenica 9.30 – 20.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)
Informazioni e prenotazioni: Telefono: + 39 06 87 15 111
Sito: www.ilvittoriano.com
Prodotta da Arthemisia e organizzata in collaborazione con
The Whitney Museum of America Art, New York
A cura di David Breslin, Carrie Springer, con Luca Beatrice
Hashtag ufficiale #MostraPollock

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