San Galgano e il mistero della spada nella roccia

La spada nella roccia esiste e si trova a San Galgano (Toscana). Viaggio tra la fiaba di Disney, la storia, la leggenda e l’arte.

La spada nella roccia di Walt Disney

Chi non ricorda il film d’animazione che ha divertito adulti e bambini: La spada nella roccia di Walt Disney (The Sword in the Stone)? Il film (18° Classico Disney), proiettato nelle sale cinematografiche americane a Natale nel 1963, fu l’ultimo ad uscire prima della morte di Walt Disney ed è stato anche l’ultimo ad essere prodotto interamente sotto la sua supervisione. Il film è basato sul romanzo omonimo di Terence Hanbury White (una rielaborazione dell’infanzia di Re Artù Pendragon del ciclo bretone), pubblicato nel 1938. Però non molti sanno che la ‘spada nella roccia’ esiste davvero e non è una favola.

Abbazia di San Galgano

La spada è quella che San Galgano conficcò nella roccia quale segno di rinuncia alla vita mondana. Si trova nella cappella cilindrica dell’eremo di San Galgano sul Montesiepi (comune di Chiusdino). Ma non è tutto, intorno c’è molto di più.
Ai piedi dell’eremo c’è la prima abbazia cistercense della Toscana, San Galgano, dal fascino unico e insuperabile perché il suo soffitto è il cielo e il pavimento è terra. Per arrivarci si percorre un un viale scortato, ai lati, da cipressi. L’abbazia si erge su un tappeto verde e l’emozione sale man mano che ci si avvicina. Ad ogni passo sembra di tornare indietro nel tempo fino ad essere risucchiati nel Medioevo. La biglietteria è nello Scriptorium e poi si passa nella sala capitolare (dove si riuniva il “capitolo” dei monaci per deliberare atti per governare la comunità).

Abbazia di San Galgano, esterno

Una volta entrati è difficile uscirne: la mente volteggia tra terra e cielo, passando tra i pilastri, volteggiando intorno ai capitelli. Una location così bella da essere stata scelta da Andrej Tarkovskij (1983) per il suo film Nostalghia, da Anthony Minghella (1996) per Il paziente inglese e da Checco Zalone per una scena di Sole a catinelle.
L’abbazia rispetta i canoni cistercensi finalizzati all’autosufficienza e fissati dalla Regola di San Bernardo. Il monastero doveva sorgere lungo una importante via di comunicazione (via Maremmana) e vicino a un fiume (Merse) per poterne sfruttare la forza idraulica e avere quindi un mulino. Le zone paludose venvano bonificate per essere poi coltivate. Dal punto di vista architettonico l’edificio doveva essere costruito con metodo modulare ed improntato alla sobrietà formale.

San Galgano, sala capitolare

Nella parete di fondo del transetto destro c’era la porta che immetteva nella sagrestia e un’altra, in alto sulla destra, che i monaci usavano, percorrendo una scala in legno, per raggiungere la chiesa dal dormitorio, per partecipare alle funzioni senza dover uscire. L’abbazia a croce latina è lunga 69 m e larga 21 m.
Nel XIII secolo San Galgano, grazie al vasto patrimonio fondiario, era l’abbazia cistercense più potente in Toscana. L’abbazia, consacrata nel 1288, fu protetta da vari imperatori, tra cui Federico II, e beneficiò di diversi privilegi, tra cui il diritto di monetazione, mentre papa Innocenzo III la esentò dalla decima (tasse). A seguito di carestia, pestilenza e saccheggi, nel XIV secolo, l’abbazia patì una grave crisi. Nel 1474 i monaci abbandonarono il monastero e si trasferirono nel Palazzo di San Galgano a Siena.

San Galgano, navata laterale

Nel 1781 crollarono le volte e nel 1786 il campanile, colpito da un fulmine. La chiesa fu definitivamente sconsacrata e abbandonata nel 1789.
Sia l’eremo che l’abbazia sono legati al miles Galgano Guidotti, soldato canonizzato cinque anni dopo la sua morte che visse da eremita nel’ultimo anno della sua vita, nella valle del fiume Merse. Fu lui a ispirare una piccola comunità di monaci confluiti in parte nell’ordine cistercense e in parte in quello agostiniano. La festa di San Galgano ricorre il 3 dicembre, giorno della sua morte nel 1181.
I documenti della canonizzazione (agosto 1185) del cavaliere Galgano, all’interno delle Historiae Senenses (dieci manoscritti conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana), sono tra i più antichi relativi a un processo di beatificazione.

Abbazia, interno

Da questo verbale sono state redatte alcune Vitae e Legendae del santo. Nei verbali si dà notizia di cinque guarigioni avvenute per intercessione del santo e tre miracoli su bambini. Sono riportati anche i racconti della madre Dionigia, come quelli sui sogni che indussero San Galgano, dopo una giovinezza dissoluta, a scegliere la vita eremitica e a conficcare la sua spada nella terra per trasformarla in una croce (“In terram pro crucem spatam fixit”). Non si tratta di un rinnegamento ma di un trascendimento. Galgano non rinunciò alla spada ma la capovolse, per trasformarla in una croce, da strumento di guerra a quello di salvezza. In tal modo si mise al servizio di un dominus più importante: Gesù.

San Galgano, navata centrale

Galgano, diveniva così miles Christi. Le fonti riportano che la spada fu infissa nella terra. Solo nel 1330 si iniziò a scrivere vivum lapis, pietra viva.
La più antica biografia del santo di un anonimo monaco cistercense, la Vita Sancti Galgani, risale alla seconda/terza decade del Duecento. Galgano nacque (metà del XII secolo) a Chiusdino, castrum conteso tra Volterra e Siena.
La similitudine tra Galgano e Galvano, nipote di re Artù, è prova che il nome, all’epoca, andasse di moda. Galgano entra nella leggenda conficcando la spada nel terreno mentre Artù, per sancire il diritto divino a salire al trono, la estrae.
San Galgano, nonostante la sua vita in una capanna di legno, aveva dei nemici, come racconta la madre: durante la sua visita dal Papa alcuni uomini spezzarono la sua spada.

Eremo di San Galgano sul Montesiepi

Chi fossero ce lo svelano due dipinti. Andrea di Bartolo, nella sua tavoletta eseguita per l’abbazia (inizio Quattrocento) al Museo Nazionale di San Matteo a Pisa, raffigura i nemici in vesti ecclesiastiche. Giovanni di Paolo raffigura, nella predella del Polittico di San Galgano (1470, Pinacoteca Nazionale di Siena), due monaci che rovinano la capanna del santo mentre un altro sfila la spada dalla terra. Ma i tre religiosi di Serena, che temevano che un nuovo ordine monastico potesse soppiantare il proprio, subirono la giustizia divina. Nell’ultimo periodo della sua vita Galgano era entrato in contatto con i Cistercensi e furono loro a fondare la prima comunità di monaci, attiva nel 1201. All’epoca la chiesa di Montesiepi era come una filiazione dell’abbazia di Casamari.

Eremo di San Galgano sul Montesiepi, cupola

Nel 1218 nella piana sottostante a questo primo nucleo monastico, al quale si erano uniti nobili senesi e alcuni monaci provenienti dall’abbazia di Clairvaux, iniziarono i lavori di costruzione dell’abbazia. Il progettista è stato probabilmente donnus Johannes che l’anno precedente aveva portato a termine i lavori nell’abbazia di Casamari. Il santuario di Montesiepi, di forma circolare, fu consacrato a Galgano dal vescovo di Volterra nel 1185, anno in cui l’eremita fu dichiarato santo da papa Lucio III. La cupola ricorda le tombe etrusche di Volterra.
Nella cappella, costruita dove il santo visse da eremita, addossata alla rotonda romanica si trovano gli affreschi che, secondo una tesi, sono il risultato di una committenza testamentaria (pro anima) del senese Vanni di messer Tofo di Ranieri, detto “Forgia”, del ramo dei Salimbeni, più volte ufficiale di Gabella e di Biccherna.

Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione (Montesiepi)

Vanni dispose che la rendita di un terreno coltivato a frumento, presso Chiusdino, fosse destinata alla costruzione di una cappella “ecclesiam Sancti Galgani… et bene picta”. Un presbitero avrebbe dovuto celebrare tutti i giorni per la salvezza dell’anima di Vanni Salimbeni e del figlio. Non è certo se gli esecutori testamentari abbiano dato seguito alle disposizioni del Vanni.
Secondo un’altra tesi il committente degli affreschi sarebbe tale “Ristoro da Selvatella“, oblato (consacrato a Dio sin dall’infanzia) cistercense, secondo una iscrizione sulla cornice di una pala d’altare (dove era riportato l’anno 1336) – sulla base di quanto affermato dall’abate di San Galgano, Antonio Libanori (1641-42).

Ambrogio Lorenzetti, Eva (Montesiepi, lunetta)

Ristoro, laico votato a San Galgano, aveva il compito di consolidare le proprietà dell’abbazia e dei suoi beni. Questi, alla morte, sarebbero stati utilizzati per la costruzione, e dotazione, della cappella di Montesiepi. Ristoro è, probabilmente, il committente raffigurato, ma oggi quasi invisibile, alle spalle dell’angelo annunciante.
Il pittore Ambrogio Lorenzetti – sul quale a Siena, a Santa Maria della Scala, è stata allestita (2017/18) una interessante mostra monografica – risulta presente nell’abbazia di San Galgano nel 1334. Il pittore è anche l’autore dei celebri affreschi nel Palazzo Pubblico di Siena.
La notizia della sua presenza è desunta da un atto rogato nell’abbazia di San Galgano in cui tra i testimoni risulta: “Ambroxius de Senis pictor” e sulla cornice dell’altarolo è riportata 1336, anno ante quem fu costruita la cappella.

Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione, angelo

Secondo la testimonianza della madre, Dionigia, San Galgano avrebbe sognato San Michele arcangelo che l’avrebbe invitato a seguirlo, giunto su una collina avrebbe lì incontrato gli apostoli che gli avrebbero chiesto di costruire una domus rotonda, simile a quella del sogno, per ritirarvisi in solitudine.
Montesiepi, allora, era un luogo quasi inaccessibile, boschi al centro di una zona paludosa. Merse significa “acquitrino”. La madre per distoglierlo dalla sua scelta eremitica provò a fidanzarlo.
Nella cappella sulla parete di fronte Lorenzetti ha dipinto nel registro superiore la Maestà e sotto l’Annunciazione. Ai lati della Vergine stanno quattro apostoli: san Pietro, san Paolo, san Giovanni Battista ed evangelista. Eva ha, ai suoi piedi, la Carità (a destra) e la Misericordia (a sinistra). Ai loro lati due monaci in abiti cistercensi.

Ambrogio Lorenzetti, San Galgano e l’arcangelo Michele

Ai piedi dello scranno sta Eva sdraiata, caduta nel peccato (indossa la pelliccia di capra, simbolo di lussuria, e tiene in mano un ramo di fico), è contrapposta a Maria. L’iscrizione del rotolo che tiene in mano recita (traduzione dal latino): “Commisi peccato affinché passione soffrisse Cristo che questa Regina ebbe in sorte di portare nel ventre per nostra redenzione”. La passione di Cristo, a cui fa riferimento il cartiglio, è annunciata nell’affresco sottostante. La passione simboleggiata dalla palma che l’arcangelo Gabriele porge alla Madonna quando le annuncia l’incarnazione di Cristo nel suo ventre. Eva ha compiuto il peccato che Maria redime.

La spada nella roccia

Nella lunetta nord-ovest l’arcangelo Michele indica con la mano destra, a San Galgano, l’apparizione di Maria Regina, mentre il santo offre “la spada nella roccia”. La stessa scena è ripetuta nel reliquiario della testa del santo. San Galgano, vestito da cavaliere, ha una spada sul fianco nel fodero e un’altra è conficcata nella roccia. Questi segnali di pace indicano la promessa alla Vergine attraverso la trasformazione della spada in croce. Nel registro inferiore c’è la veduta di Roma. Nella lunetta sud-est un corteo celeste: con re David con la corona e il salterio, san Fabiano (con tiaria e spada), santo Stefano con le pietre sulla testa (di cui san Galgano ricevette a Roma le reliquie dal papa Alessandro III) e sant’Orsola con la corona e la freccia in mano. Sulla volta i Profeti con cartigli.

Reliquiario della testa di San Galgano

Nel registro dell’Annunciazione la monofora al centro diventa parte integrante della composizione. La volta dell’ambiente dove sta la Madonna e quello dell’arcangelo sono riuniti dal soffitto e dalla cornice decorativa. All’annuncio della nascita e della morte del Figlio la Vergine, in una insolita iconografia, cade spaventata e si aggrappa alla colonna. La ridipintura posteriore dell’affresco ha profondamente alterato le intenzioni di Ambrogio.
Nel dipinto con la veduta della città di Roma san Michele sta in piedi sulla cima di Castel Sant’Angelo. La chiesa dietro l’arcangelo è la facciata dell’antica San Pietro con la curvatura del timpano, come dimostrano altri disegni.

Chiusdino, Chiesa di San Michele arcangelo, reliquia della testa di San Galgano

Il culto di San Galgano è ancora vivo a Chiusdino dove c’è la sua casa natale e nella parrocchia è conservata la reliquia della sua testa.
Il reliquiario, esposto al Museo, è opera dell’orafo senese Pace di Valentino. Suddiviso in tre ordini a bassorilievo, troviamo in quello inferiore alcuni espisodi dela vita del santo, in quello mediano Gesù, la Vergine e gli Apostoli e nella fasica superiore le immagini con la glorificazione del santo. Nella quinta scena dell’ordine inferiore c’è la presentazione della fidanzata al santo. Un meccanismo permetteva alla fascia mediana di abbassarsi per rendere visbile la testa del santo all’interno. Oggi nella chiesa di San Michele arcangelo, a Chiusdino, è conservata l’unica reliquia di San Galgano, il suo cranio con capigliatura (contenuto in una teca di argento sbalzato). Fu restituito nel 1977 dopo essere stato a Siena molti annni.

Bistrò Dai Galli

La spiritualità e l’arte non sono tutto, l’appetito arriva ed è bene fare una sosta che sia di autentico piacere, in sintonia con la bellezza dei luoghi, la sua storia e le sue tradizioni. La cucina toscana, o meglio maremmana, accontenta i più esigenti. L’accoglienza è di casa al Bistrò Dai Galli. Dominique, toscanissima di origine svizzera, saprà consigliarvi non solo sui piatti ma anche su preziose chicche della zona. Il suo sangiovese in caraffa accompagna bene i suoi Pici al ragù toscano di manzo e fegatini, i sapori di una volta, gusto equilibrato, piatto non troppo forte né pesante. Il suo Peposo ai porcini è tenero, saporito e reso elegante dai porcini mentre Il suo Coniglio alle olive è gustoso e cotto al punto giusto.

Pici al ragù toscano

Per dormire meglio che a casa vostra, all’interno di una tenuta – con bosco, vigneti e olivi – dove godere di un panorama superlativo e vivere in un casale ricco di comfort (piscina inclusa), c’è l’azienda la Meleta.

INFORMAZIONI

COSA VEDERE
Eremo di Montesiepi
e Abbazia di San Galgano: orari
Aperta tutti i giorni
dal 01 ottobre al 30 marzo ore 9-17.30
aprile e maggio ore 9-18
giugno e settembre ore 9-19
luglio e agosto ore 9-20

Museo Civico diocesano di arte sacra di San Galgano
Via Umbero I, 19 – Chiusdino
Aperto tutti i giorni
dal 01 aprile al 30 settembre ore 10-18
dal 01 ottobre al 30 marzo ore 10-19

DOVE MANGIARE
Bistrò Dai Galli
Via Massetana, 3 – Ciciano (SI)
Telefono: 329 270 8379

DOVE DORMIRE
Azienda Meleta
SP8 Località Meleta, 58036 Roccatederighi GR
Telefono: 327 737 1790