Taccuini salentini. Abbazia di Santa Maria di Cerrate, perla del FAI

Visitare il sito dell’Abbazia Santa Maria di Cerrate (comune di Squinzano, a nord di Lecce) è come, per incantesimo, varcare la soglia del XXI secolo e rimanere avvolti da un’atmosfera sospesa nel tempo tra bellezza e storia.

pozzo (foto Marco De Felicis)
pozzo

Messi da parte fretta e cellulare,  seguite le tracce e le suggestioni che una brava guida del FAI saprà fornire, la conoscenza del territorio, delle sue tradizioni e della sua religiosità sarà arricchita e la pace del luogo avrà rasserenato l’anima.
In questa abbazia (tre navate con absidi) in stile romanico pugliese Boemondo d’Altavilla (1058-1111), principe di Taranto, insediò una comunità di monaci greci nel XII secolo, che diedero vita alla fiorente attività della biblioteca e dello scriptorium. L’esodo in Salento, dei monaci dall’Oriente, era già iniziato nell’VIII d.C.
Nasce, quindi, come monastero di rito greco facente capo alla regola benedettina. Il nome deriva, probabilmente, da ‘cerri’ gli alberi di cui era ricco il bosco di Lecce.
Nel 1531 fa parte dei possedimenti pontifici. All’epoca la struttura, che presentava stalle, alloggi per i contadini, un pozzo, un mulino e due frantoi ipogei, inizia a figurare come masseria di proprietà della Casa degli Incurabili di Napoli. Viene saccheggiata dai pirati turchi, in seguito abbandonata e restaurata nel 1965, per essere data, successivamente nel 2012, in concessione per trenta anni al Fondo Ambiente Italiano (FAI), che la scorsa estate ha avviato i lavori di restauro della casa monastica e quella del massaro, a cui era affidata la gestione delle attività del monastero.

portico e pozzo (foto Antonella Cecconi)
pozzo

Il pozzo, realizzato nel 1585, è stato recentemente restaurato grazie alla partecipazione di Prada ed è uno dei primi esempi del barocco leccese. Le decorazioni sono riconducibili al mondo dell’acqua, come il mostro marino sulla sua sommità. Una leggenda racconta che la direzione del suo sguardo segnalasse il nascondiglio di un tesoro e chi l’ha cercato, non trovandolo, ne avesse deturpato il volto per rabbia e per cancellarne per sempre l’indicazione.

Pozzo, mostro marino (foto Antonella Cecconi)
Pozzo, mostro marino

Nell’archivolto del portale sono presenti altorilievi con scene del Nuovo Testamento.

Portale, sculture (foto Antonella Cecconi)
Portale, sculture

Gli affreschi, all’interno (XIII secolo), sono in stile bizantino, opera, quasi sicuramente, di maestri greci. Sulla parete di destra stanno conci affrescati posti in ordine casuale, probabile esito di una ricostruzione frettolosa, dovuta a un crollo, e al fatto che tale parete era destinata ad essere ridipinta. Sono stati identificati, finora, tre santi cavalieri: Teodoro, Giorgio e Demetrio.

abside
abside

Nel 1600 l’altare venne dedicato a Santa Irene, protettrice di Lecce.

Altare con Sant'Irene (foto Antonella Cecconi)
Altare con Sant’Irene

All’esterno, addossato alla chiesa, l’interessante portico, probabilmente usato come luogo di sosta dei pellegrini, presenta dei capitelli ognuno diverso dall’altro, con un repertorio legato ai bestiari medievali (draghi, arpie etc.). In particolare uno con un monaco conteso dall’aquila bicipite (romanità) e i ramarri (la forza) starebbe a rappresentare lo scisma della Chiesa.

Capitello con il monaco (foto Marco De Felicis)
Capitello con il monaco

Presenti nel complesso anche due frantoi ipogei (detti ‘trappiti’), del XVI e XVII secolo la cui attività si è protratta fino all’Ottocento, con macine, pozzi di raccolta per l’olio e quanto necessario alla sua produzione. Il motivo della loro collocazione sotterranea è la temperatura, di 20 gradi costante, ideale per la lavorazione delle olive.

Frantoi ipogei (foto Marco De Felicis)
Frantoi ipogei

Le persone che vivevano nei frantoi venivano chiamati ‘trappitari’, si trattava, spesso, di marinai che, finito in estate il periodo della pesca, andavano a lavorare nei ‘trappiti’. Per tale motivo molti termini usati nel frantoio derivano da quelli marinai, il frantoio era considerato una nave, i lavoranti la ‘ciurma’ e il capo era chiamato ‘nachiro’ (nocchiero).
Una vita durissima che implicava vivere sottoterra per 4-5 mesi l’anno insieme agli animali. In Puglia alcuni resti archeologici hanno confermato la produzione di olio fin dal 1600 a.C. (età del bronzo).
Finita la visita della struttura è piacevole e rilassante godere della campagna e dei giardini circostanti.

Abbazia Santa Maria di Cerrate
Strada Provinciale Squinzano – Casalabate LE
Tel. +39 0832 361176 – faicerrate@fondoambiente.it

Foto e Video Marco De Felicis

 

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