India. Rajasthan. Bikaner, il suo forte e il tempio dei topi

India. Rajasthan. Bikaner, il suo forte e il tempio dei topi

2. Rajasthan. Incredibile India. Il Junagarh Fort a Bikaner, un tempio jaina, quello dei topi a Deshnoke, le gru damigelle a Khichan e il Ramdev Mandir

INDICE: Bikaner Junagarh FortTempio jaina BhandasarDeshnoke Karni Mata TempleKhichanRamdev Mandir

Bikaner Junagarh Fort

Dopo alcuni chilometri percorsi in Rajasthan i cammelli con il loro carico e i volti che incroci lungo la strada hanno tutti lo stesso color terracotta, rossiccio come la sabbia che imperversa e, se tira vento, penetra ovunque. Il clima caldo secco e la polvere fanno parte del fascino del deserto, in questo caso quello di Thar verso il confine con il Pakistan. Le haveli, ricche residenze in arenaria rossiccia, si alternano ai rifiuti, ai bovini lungo la strada e ai templi giainisti. Il solito mix estremo da gustare in India. Bikaner (prende il nome da Rao Bika, suo costruttore nel 1488) era una tappa sulle piste carovaniere ed è cinta da sette chilometri di possenti mura con cinque porte di accesso del 1600. La sua fortuna commerciale declinò con l’avvento della ferrovia e della motorizzazione.

Bikaner, Junagarh Fort
Bikaner, Junagarh Fort

A differenza di altre città del Rajasthan più turistiche Bikaner, più discreta, è riuscita a conservare il suo fascino di città-carovaniera, luogo di transito di merci preziose (profumi, spezie e seta) e commercio di dromedari (hanno una sola gobba). Altro elemento distintivo della città era la produzione di miniature, infatti era una delle scuole più importanti di miniatura del Rajasthan.
Il forte, in arenaria rosa, è situato all’esterno della cinta muraria. Junaghar, “forte antico” (1588 -1593), fu costruito grazie a un generale di Akbar: raja Rai Singh. Nonostante l’implementazione, dei maharaja successivi, di altri palazzi e sfarzose suite il forte risulta omogeno e la sua lunga facciata incute soggezione.

Bikaner, Junagarh, Durgar Niwas
Bikaner, Junagarh, Durgar Niwas

In tutta la sua lunghezza, 986 metri con 37 bastioni, sembra un infinito spartito musicale. All’interno è un alternarsi di palazzi, cortili, balconi, torri. La porta di entrata (Suraj Pol, porta del sole) è sul lato est. Nella zona più interna c’è il Durga Niwas (“residenza di Durga”), un magnifico chiostro con una vasca in marmo bianco al centro che veniva riempita con acqua profumata per offrire refrigerio durante l’estate. In occasione della festa di primavera, holi, la vasca veniva riempita di acqua colorata con cui re e regine si spruzzavano a vicenda.
Le impronte delle mani accanto a una delle porte celebrano le mogli, dei guerrieri rajput deceduti in battaglia, che si gettavano sulle pire dei propri mariti (sati).

Bikaner, Junagarh, sala del trono
Bikaner, Junagarh, sala del trono

Nella Sala delle udienze private si trova il gaddi argenteo dei maharaja (una sorta di altalena). Uno dei cortili è lastricato con piastrelle italiane. Dietro gli incredibili pannelli traforati delle finestre le donne dello zenana (harem) osservavano quello che accadeva nel cortile.
Nel Badal Mahal sono dipinte nuvole azzurre e troviamo statue di Vishnu e Lakshmi. Gli appartamenti del maharaja Gaj Singh si trovavano nel Gaj Mandir, la sua camera ha un soffitto di legno dipinto con motivi floreali e geometrici e porte in avorio intagliato.

Foto ricordo con una bionda
Foto ricordo con una bionda

Intarsi a specchio d’oro decorano la camera della maharani (moglie del maharaja) e il soffitto in legno è laccato. Sfarzo, oro, luccichìi ovunque ti avvolgono come in una danza che ti isola dalla dura realtà esterna. Da uno specchio sopra il suo letto, nell’Hawa Mahal (Palazzo dei venti) utilizzato per il fresco in estate, il maharaja poteva vedere riflesse le persone che si trovavano nel cortile. Le piastrelle decorative azzurre erano importate dall’Europa e dalla Cina. In una zona adibita a museo si possono osservare armature, vestiti da cerimonia e armi. A conferma che i turisti a Bikaner sono una rarità, alla fine, tre ragazze indiane hanno chiesto di scattare una foto-souvenir con una occidentale, spiegando che qui solo le attrici sono bionde.

Tempio jaina Bhandasar

Tempio jaina Bhandasar
Tempio jaina Bhandasar

In India i giainisti sono 3-4 milioni di persone. Il giainismo è una religione diffusa soprattutto a Ovest, riconducibile al suo fondatore Mahāvīra (il “grande eroe”, soprannome di Vardhamāna, 599-527 a.C). Ultimo di una serie di ventiquattro maestri (tīrthankara), divenne un “Jina” (“vincitore”, da intendersi come “vincitore sulle passioni”) e, contemporaneo del Buddha, dopo dodici anni di vita ascetica raggiunse l’illuminazione. I suoi seguaci vennero chiamati Jain e non riconoscono una divinità suprema. Secondo i giainisti ogni organismo vivente ha un’anima. Pertanto la non violenza, da loro praticata, si rivolge anche agli animali, piante, fino alle forme di vita più invisibili presenti nell’acqua o nel fuoco. Il non uccidere (ahiṃsā) è, infatti, la loro regola principale. Gli altri precetti sono: la verità, prendere solo ciò che viene offerto, castità e rinuncia alla proprietà.

Bhandasar
Bhandasar

I monaci jaina non hanno alcuna proprietà privata, possiedono soltanto un recipiente per le elemosine, un fazzoletto, un abito e una scopa per scansare dal proprio cammino i piccoli esseri viventi affinché non subiscano danno. Ciò implica un rigoroso vegetarianesimo. I precetti per i laici sono diversi, devono avere proprietà per aiutare i monaci e per costruire templi e conventi. Come indù e buddhisti credono nella reincarnazione, a differenza dei primi sono contrari alle caste. Per raggiungere la liberazione (mokṣa o nirvāṇa) è necessario vincere l’ignoranza, perciò è importante raggiungere una corretta conoscenza. Esistono due correnti: gli śvetāmbara (“vestiti di bianco”), sono la maggioranza e i più rigorosi digambara (“vestiti d’aria”, cioè nudi). Spesso diventano ricchi e lasciano donazioni a ospedali, scuole e biblioteche.

Tempio jaina Bhandasar
Tempio jaina Bhandasar

I tempi jaina hanno un fascino particolare. Il materiale prediletto è il marmo, intarsiato in mille modi con decorazioni che sembrano ricami. Il tempio di Bhandasar è dedicato a Sumtinath, il quinto tirhankara. La sua costruzione è stata commissionata da un ricco mercante giainista nel 1468. Entrare nel tempio è particolarmente suggestivo, dalla penombra emergono le colonne colaratissime, ricche di elementi floreali e sculture. Dalla terrazza all’ultimo piano, ai piedi delle cupole, si ammira un panorama stupendo, soprattutto al tramonto.

Deshnoke Karni Mata Temple

Deshnoke, Karni Mata Temple
Deshnoke, Karni Mata Temple

A Deshnoke, a circa trenta chilometri a sud di Bikaner, il Karni Mata Mandir (hindi: करणी माता मंदिर, dea madre incarnazione di Durga, consorte di Shiva, nata nel 1387), è conosciuto come il Tempio dei Ratti. Deve la sua fama ai circa 25.000 ratti neri (kabba) che si aggirano indisturbati, vivono, sono nutriti dalle offerte dei fedeli e sono venerati nel tempio. Quindi sta a voi affrontare, o meno, il “brivido” della visita al tempio. Il quale, come potete intuire, non è per tutti i gusti, considerato che è obbligatorio entrare senza scarpe (problema superabile con un paio di calzini usa e getta). Seppure con qualche accortezza (fazzolettini detergenti-disinfettanti) non mi sono tirata indietro e la visita è stata interessante per trovarsi “dentro” un’altra religione e un’altra cultura.

Deshnoke, Karni Mata Temple, interno
Deshnoke, Karni Mata Temple, interno

Il tempio presenta una facciata, in marmo candido, mirabilmente scolpita. Le porte del tempio in argento cesellato risalgono al secolo scorso e furono donate dal maharaja di Bikaner, Ganga Singh. Tra le loro raffigurazioni anche quella della dea dopo la vittoria sul grande demone bufalo Mahishasura, la cui testa è rappresentata all’estremità del tridente tenuto in mano da Karni Mata, mentre i suoi topi-seguaci balzano contenti verso di lei.

Molti pellegrini arrivano in autobus nel villaggio e acquistano palline di zucchero da offrire come prasad (offerta di cibo sacro) ai topi. Sacerdoti e devoti nutrono i ratti con latte, ghee (burro chiarificato) e laddu (piccoli dolci). I fedeli vengono segnati sulla fronte con un tikka di cenere, prelevata dal fuoco sacro. Secondo la leggenda Laxman, figlio di Karni Mata, annegò in uno stagno mentre cercava di bere. La madre implorò Yama, il dio della morte, di rianimarlo. Dopo il rifiuto di questo Karni Mata resuscitò Laxman e decise che gli appartenenti al suo clan, la Casta Charan, si sarebbero reincarnati come topi per togliere le anime a Yama. Mentre secondo altri credenti solo i bambini si reincarnerebbero, per un periodo, in topi sacri.

Karni Mata Temple, il latte offerto ai topi
Karni Mata Temple, il latte offerto ai topi

Ciò spiegherebbe l’amore e le attenzioni che i locali e i sacerdoti hanno per i roditori. Oggi solo pochi fedeli magiano gli avanzi del cibo dei ratti ritenendo che porti fortuna. Alcuni credono che la saliva dei topi abbia anche proprietà terapeutiche e per questo condividono cibo e latte con i topi.
Nel cortile del tempio è stesa una rete di metallo per proteggere i topi da uccelli rapaci e predatori. Di particolare auspicio è considerata la vista di uno dei due topi bianchi albini che sembra vivano nel tempio. Anche solo un’occhiata è ritenuta la diretta benedizione della stessa Karni Mata che, si racconta, alla sua morte si è reincarnata in un topo bianco, rimanendo così con la sua famiglia nel tempio. Se i vostri piedi saranno sfiorati da un topo ciò vi porterà fortuna e sarete guardati con invidia.

Khichan

Khichan
Khichan

Lungo la strada merita una sosta il villaggio di Khichan. Nei suoi pressi, da settembre fino a marzo, si possono vedere migliaia di “gru damigelle”. Furono denominate”damigelle” da Maria Antonietta per la loro eleganza, in quanto vennero importate in Francia dalla Russia. Nei canti tradizionali locali le gru vengono implorate dalle donne affinchè portino loro le notizie dei mariti emigrati. Il mangime per loro (distribuito un paio di volte al dì), circa 600 chilogrammi al giorno, viene acquistato con le offerte. Quando le gru arrivano per mangiare l’aria si riempie di versi assordanti, in un canto stonato della natura.

Ramdev Mandir

Ramdevra Temple
Ramdevra Temple

Il Ramdev Mandir è un tempio sacro che merita una visita non per la sua bellezza ma per la sua particolarità, è dedicato a una divinità molto popolare in Rajasthan, Baba Ramdevji, nato da una famiglia rajput. Contrario alle caste sosteneva l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. Il tempio è luogo di pellegrinaggio di induisti e musulmani. I dintorni del tempio, che si trova a 12 chilometri da Pokhran su Jodhpur a Jaisalmer road, sono affollati di bancarelle. I fedeli credono che Baba Ramdevji abbia raggiunto, nel 1459 d.C., il samadhi (uscita cosciente dal corpo mortale).

Ramdevra Temple, suonatori
Ramdev Mandir, suonatori

Ramdev è ritenuto dagli indù l’incarnazione di Krishna e dai musulmani di Ramshah Pir. All’esterno il tempio presenta colori sgargianti ma il suo fascino è soprattutto all’interno dove i fedeli intonano preghiere e canti in omaggio a Ramdev. L’immagine del cavallo imperversa in omaggio al destriero che conduceva Ramdev ovunque ci fosse bisogno di lui. Perciò i fedeli depongono all’interno del tempio raffigurazioni di cavalli.

Video di Marco De Felicis

Informazioni

Dove dormire
Hotel Bhanwar Niwas

Antonella Cecconi

Viaggi-dipendente amo raccontare luoghi, gente, arte e cultura. Leggi miei articoli su Nomade Culturale

3 pensieri su “India. Rajasthan. Bikaner, il suo forte e il tempio dei topi

  1. Sono stato al tempio dei topo e ho rotto anche mio orologio perchè avevo scoperto un topo sul mio braccio, hehehe comunque è stata un’esperienza particolare. Invece al forte il personale era antipatico.

    1. Mi dispiace per l’orologio :( e condivido il fatto che sia una esperienza unica. Quanto al personale… simpatici e antipatici sono internazionali. Personalmente non ricordo episodi antipatici. Buon viaggio sempre e buona India again ;)

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