Umbria Jazz Winter 2019 – 2020

Umbria Jazz Winter, cinque giorni di musica e festa a Orvieto. Entusiasmo e successo di pubblico con oltre 13.000 presenze.

Teatro Mancinelli - Umbria Jazz Winter
Teatro Mancinelli

Orvieto. Un pubblico di appassionati ha riempito le sale dei concerti nelle diverse location (Teatro Mancinelli, Palazzo del Popolo, Palazzo dei Sette, Museo Emilio Greco e ristorante San Francesco). Molti i concerti sold out.
Interessante, in occasione della prima giornata, la promozione di giovani talenti del Berklee Umbria Jazz Clinics 2019 Award Group, con un bravo Giuseppe Cistola alla chitarra elettrica e Margherita Carbonell al contrabbasso.
Al Teatro Mancinelli il filo conduttore del concerto, in due parti, che ha aperto la programmazione è stato l’omaggio ai protagonisti del passato, con una rivisitazione del loro repertorio.

Margherita Carbonell
Margherita Carbonell

Danilo Rea, Massimo Moriconi (contrabbasso) e Alfredo Golino (batteria), che hanno collaborato con la Tigre di Cremona per qualche decade, hanno dedicato il loro recital a Mina. Interpretando Le canzoni di Mina in chiave jazzistica. Il concerto live nasce da un recente CD pubblicato in omaggio a Mina: “Tre per una”. Non appena Rea fa volare le sue dita sul pianoforte l’emozione sale. E così scorrono i successi degli anni Sessanta. Lo stesso Danilo Rea annuncia gli autori dei brani: Ennio Morricone, Gianni Ferrio (Parole parole). Mentre Moriconi presenta i brani di Lucio Battisti (Amor mio). Le note di Battisti diventano più sofisticate della voce di Mina e le divagazioni di Rea sono mirabili fughe che la libertà del jazz autorizza. Ritorna sul brano e poi vola con Emozioni, elegante citazione in chiusura.

 Danilo Rea, Massimo Moriconi e Alfredo Golino
Danilo Rea, Massimo Moriconi e Alfredo Golino

La cascata di note non ha fatto sentire la mancanza della voce di Mina. Il tutto unito a una buona improvvisazione dovuta all’affiatamento dei tre musicisti. Tra i brani: La banda di Chico Buarque de Hollanda, E se domani che parte in accelerazione e poi rallenta romanticamente nel finale. Oltre alle incantevoli cadenze melodiche, i pezzi solistici hanno riscosso il gradimento e gli applausi del pubblico, come l’assolo alla batteria di Golino. In Se telefonando (musica di Ennio Morricone e testo di Maurizio Costanzo) le note del piano di Rea sembrano colare miele, questa interpretazione è ancora più struggente del brano originale. L’atmosfera torna a essere frizzante con Tintarella di luna.

“Le canzoni di Mina” di Danilo Rea, Massimo Moriconi e Alfredo Golino

La rivisitazione, nella seconda parte del concerto, dei brani dei quattro di Liverpool: The Magic and the Mistery of The Beatles, arrangiati da Gil Goldstein (alle tastiere) ed eseguiti da una selezione della Umbria Jazz Orchestra e della Orchestra da Camera di Perugia, non ha convinto. Nonostante la partecipazione di John Scofield alla chitarra. L’operazione, arrangiare in modo jazzistico i brani dei Fab Four, è stata forse troppo ambiziosa. Un’orchestra un po’ pomposa ha appesantito anche i brani più vivaci. John Scofield non è sembrato a suo agio come protagonista di questa rilettura e forse è stato troppo amplificato.

John Scofield , Umbria Jazz Orchestra & Orchestra da Camera di Perugia
John Scofield , Umbria Jazz Orchestra & Orchestra da Camera di Perugia

Grande protagonista della kermesse è stato Paolo Fresu. Tre performance hanno visto sul palcoscenico il Devil Quartet: una con la consueta formazione, una seconda in versione “elettrica” con Francesco Diodati alla chitarra e una terza in modalità “acustica” con Gianluca Petrella al trombone. La mattina di lunedì 30 dicembre Paolo Fresu si è sottoposto, simpaticamente e in modo competente, al Blindfold Test del giornalista Dan Ouellette per la rivista Downbeat.

Blindfold Test: Dan Ouellette e Paolo Fresu
Blindfold Test: Dan Ouellette e Paolo Fresu

Quasi tutti i brani ascoltati sono stati identificati da Fresu. Il primo era di Enrico Rava, poi Louis Armstrong e Duke Ellington. Da Recording Together For The First Time. Un disco con una storia particolare. Il produttore Bob Thiele riuscì a mettere insieme questi due impegnatissimi e straordinari musicisti e in due soli giorni, senza nemmeno provare, hanno registrato un disco (al trombone: Trummy Young). Altra storia interessante è quella di Breathless (2015), brano composto dopo l’uccisione di un uomo di colore pestato che ha pronunciato più volte “non riesco a respirare”. Il quarto brano era di Chet Baker.

Paolo Fresu Devil Quartet e Gianluca Petrella

In proposito Fresu ha raccontato il suo primo incontro con Chet Baker a Sanremo nel 1983: dopo aver suonato Chet si avvicinò e gli disse “complimenti”, quasi un’apparizione. Il quinto brano era Miles Davis. Fresu ha ricordato come l’aveva ascoltato per la prima volta alla radio. Fu la sua prima lezione di jazz: un brano può essere trasformato completamente, perché il jazz è libertà. Miles aveva trasformato “Le foglie morte” e lui non l’aveva riconosciuta, è stato per Fresu un maestro.
Nel concerto al Palazzo del Popolo i primi due brani ascoltati sono di Paolo Fresu. Nel primo si respira poesia e mare. Sembra che dalla tromba di Fresu esca il ritmo delle onde del mare di Sardegna. Poi domina su tutto il calore evocativo del flicorno.

Stefano Bagnoli, Bebo Ferra, Paolo Fresu, Paolino Dalla Porta, Gianluca Petrella
Stefano Bagnoli, Bebo Ferra, Paolo Fresu, Paolino Dalla Porta, Gianluca Petrella

Fresu esalta la platea tenendo una nota lunghissima con la respirazione circolare. Non è solo un espediente d’effetto per richiamare l’applauso ma è un momento particolarmente lirico, sublime ed evocativo. L’interplay è serrato, il flicorno dialoga con la chitarra acustica amplificata di Bebo Ferra, Stefano Bagnoli (alla batteria) usa quasi soltanto le spazzole anche in assolo e Paolino Dalla Porta, al contrabbasso, tesse trame. Quando entra in scena Gianluca Petrella sono i due fiati a fare da protagonisti: dialogano in tutte le varianti possibili, una sfida di note. Poi Petrella si lascia andare a sperimentazioni con un furor fuori dal comune.

Paolo Fresu Devil Quartet
Paolo Fresu Devil Quartet

Un posto al sole, inizia l’assolo di Paolino Dalla Porta, la tromba di Fresu si alza come una sirena, poi il brano continua con un fraseggio tra flicorno e trombone.
All’una del 1° gennaio Paolo Fresu Devil Quartet, ci ha incantato con E se domani, Moto perpetuo, Inno alla Vita (scritto nel 2008 per il figlio) e Giulio Libano, un omaggio al musicista scomparso. Fresu alla tromba seduce la chitarra, lei ricambia, cantano le stesse note. Un posto al sole era in realtà un posto all’Alcoa, azienda in crisi sarda, e la poesia si colora di impegno sociale. All’inizio avevano iniziato a suonarlo un po’ per scherzo durante i loro concerti e alla fine hanno deciso di registrarlo nel disco “Carpe Diem”. Iniziare il nuovo anno con questa musica è stato sicuramente di buon auspicio.

Paolo Fresu Devil Quartet

L’ultima performance al Mancinelli per questa edizione – in trio con Dino Rubino (pianoforte), Marco Bardoscia (contrabbasso), ospite Stefano Bagnoli – per il progetto Tempo di Chet, che prende il titolo dalla sovrapposizione tra scrittura drammaturgica e partitura musicale curata e interpretata dal vivo da Fresu (in tour da un anno e prossimamente in programma all’Auditorium Parco della Musica di Roma), è stata una incantevole rievocazione dei brani del famoso trombettista. La serata si è aperta con My Funny Valentine, il terzo brano: Catalina (una spiaggia della West Cost, California, da cui Chet sognava di partire) e una ballata di Dino Rubino.

Marco Bardoscia e Paolo Fresu
Marco Bardoscia e Paolo Fresu

Fresu ha dimostrato come sia in grado di cambiare formazione e allo stesso tempo rinnovarsi. Riesce abilmente a scegliere musicisti a lui congeniali con cui ha un’ottima sintonia e allo stesso tempo ne promuove le sperimentazioni.

Il trentaduenne pianista di New Orleans Sullivan Fortner, da organista nei cori gospel (la madre ne dirigeva uno), è arrivato a far parte dell’ultima formazione di Roy Hargrove. Il suo piano passa dalla tradizione jazzistica alle colonne sonore alla tradizione classica, dalla quale preleva brani noti per le sue variazioni. La sua diteggiatura è vivace e piacevole. All’inizio sembrava poco coinvolgente poi quando ha attaccato un tributo a Roy Hargrove l’atmosfera si è scaldata.

Ad accompagnarlo Michela Marino Lerman, una virtuosa della tap dance che ha iniziato la sua carriera a cinque anni. Anche lei ha collaborato con Roy Hargrove, Marsalis e altri. Mai visto qualcuno cantare con i piedi in questo modo.

Sullivan Fortner e  Michela Marino Lerman
Sullivan Fortner e Michela Marino Lerman

Un altro concerto entusiasmante è stato quello con il duo Simone Zanchini (fisarmonica, elettronica) e Antonello Salis (fisarmonica, pianoforte). Salis è un fantastico autodidatta la cui musica ha una fisicità prorompente mentre Zanchini è diplomato al Conservatorio di Pesaro. Nonostante la loro formazione diversa li accomuna una vivace vena creativa che porta a risultati eccezionali.

 Antonello Salis e  Simone Zanchini
Antonello Salis e Simone Zanchini

I concerti a Orvieto, in cui hanno proposto una reinterpretazione delle colonne sonore di Ennio Morricone, sono stati registrati in multitraccia live. Musica continua fatta di improvvisazioni in perfetta sintonia, sferzanti di energia, con un ritmo travolgente con cui questo duo ha entusiasmato il pubblico.

Antonello Salis e Simone Zanchini

Rosario Giuliani (sassofonista) e Joe Locke (vibrafono), diventati amici e affiatati musicisti, hanno presentato, con Dario Deidda (bassista) e Roberto Gatto (batteria), un progetto intenso e passionale dedicato all’amore: “Love in translation” (titolo del CD che uscirà il 24 gennaio, presentato in anteprima a Umbria Jazz), traduzione dell’amore di Rosario Giuliani in musica. Molto toccante e struggente è il brano scritto da Joe Locke in omaggio a Roy Hargrove. Quando il produttore propose a Joe Locke una collaborazione con un bravo sassofonista lui gli chiese di che nazionalità fosse. Quando seppe che era italiano disse: “Assolutamente no!”. È da venti anni che suonano insieme e sono diventati amici.

Joe Locke, Dario Deidda, Rosario Giuliani e Roberto Gatto

I tre componenti del Trio di Isaiah J. Thompson hanno mediamente 20 anni ognuno. Isaiah ha avuto un mentore speciale: Wynton Marsalis. Ha iniziato a studiare pianoforte a 5 anni ed è passato dalla classica al jazz.

Isaiah Thompson Trio

Non sono mancati due “classici” di ogni edizione: gospel e street band. Il coro americano Every Praise & Virginia Union Gospel Choir è composto da una trentina di voci, tra cui straordinarie soliste donne. Hanno proposto un mix moderno da Whitney Houston a Sister Act fino a Stand by me.

Every Praise & Virginia Union Gospel Choir

Ai Funk Off, beniamini del pubblico, è affidata, dal 2003, la street parade. Un gruppo divertente, trascinante e che suona bene. Al Palazzo dei Sette sono saliti sul palco: Dena De Rose Quartet, Greta Panettieri Quartet e Max Ionata, Michael Supnick Swing Quintet con Miss Faro & Red Pellini.

Funk Off e Michael Supnick

Al ristorante San Francesco, in un genere tradizionale, si sono esibiti The New Orleans Mystics e Mitch Woods & His Rocket 88’s per la gioia e divertimento del pubblico.

Funk Off
Funk Off

Questa edizione è stata dedicata, dai musicisti e addetti ai lavori del mondo del jazz, alla memoria di Mario Guidi, manager e padre di Giovanni Guidi (pianista) che ha annullato il suo concerto per il recente lutto.

Antonella Cecconi

Video di Marco De Felicis

INFORMAZIONI

Sito: Umbria Jazz Winter #27 a Orvieto
Date: dal 28 dicembre 2019 al 1.1.2020

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